Inchieste pubbliche · Demanio marittimo
Le nuove regole sui titoli demaniali marittimi e gli effetti sui comuni costieri
Pubblicato il 14 marzo · Redazione Manici Report · Lettura 9 minuti
La riforma delle concessioni demaniali ha introdotto criteri di calcolo dei canoni legati alla superficie effettiva e alla destinazione d'uso. Nei comuni costieri questo comporta una revisione dei contratti in essere e nuove stime di gettito. L'articolo ricostruisce il percorso normativo, confronta le disposizioni regionali e indica le scadenze che gli uffici demanio devono rispettare. Particolare attenzione è dedicata ai casi in cui la concessione è scaduta e non è stato avviato il rinnovo.
Fino all'entrata in vigore delle nuove disposizioni, molte amministrazioni applicavano un canone forfettario legato alla classificazione storica dell'area. Il criterio introdotto dalla riforma sposta il baricentro sulla superficie effettivamente occupata e sulla destinazione d'uso dichiarata: uno stabilimento con strutture fisse pesa in modo diverso da un'area destinata a deposito o a servizi di ormeggio. Per gli uffici demanio significa ricostruire le planimetrie, verificare le superfici catastali e confrontarle con quanto risulta nei titoli in essere.
Il passaggio non è solo tecnico. Ogni rettifica di superficie apre un confronto con il concessionario, che può presentare osservazioni entro i termini fissati dal procedimento. Nei comuni con centinaia di titoli attivi, la fase di verifica assorbe mesi di lavoro e richiede personale che spesso non è dedicato esclusivamente al demanio.
Le regioni hanno recepito la riforma con tempi e criteri diversi. Alcune hanno emanato linee guida con tabelle di riferimento per il calcolo, altre hanno rinviato a successivi provvedimenti attuativi lasciando i comuni in una zona grigia. Il risultato è un quadro disomogeneo: due litorali nella stessa fascia costiera possono applicare canoni differenti a concessioni simili per superficie e destinazione.
Questa variabilità complica anche il contenzioso. Un concessionario che opera in più regioni si trova a gestire contratti con basi di calcolo non comparabili, e i ricorsi amministrativi si concentrano proprio sui criteri di determinazione della superficie imponibile.
Il nodo più delicato riguarda le concessioni già scadute per cui non è stato avviato il rinnovo. In questi casi il comune non può limitarsi ad attendere: la giurisprudenza amministrativa ha più volte ribadito l'obbligo di avviare le procedure di evidenza pubblica, salvo proroghe tecniche motivate. La mancata attivazione espone l'ente a responsabilità erariale e apre spazio a ricorsi da parte di operatori esclusi.
Gli uffici demanio stanno procedendo con una ricognizione dei titoli scaduti, ma i dati disponibili non sono uniformi. In alcune amministrazioni la mappatura è completa, in altre manca ancora un elenco aggiornato delle posizioni irregolari.
La revisione dei canoni produce due effetti contrapposti. Da un lato aumenta il gettito potenziale, dall'altro riduce la prevedibilità delle entrate: se il concessionario contesta la nuova determinazione, l'incasso slitta di mesi o di anni. I revisori dei conti chiedono quindi di iscrivere in bilancio solo le somme effettivamente accertate, evitando stime ottimistiche che poi generano disavanzi.
Un secondo effetto riguarda i costi di gestione. La verifica delle superfici, la gestione del contenzioso e l'eventuale riapertura delle procedure richiedono risorse che i piccoli comuni costieri raramente hanno a disposizione.
Tre elementi meritano attenzione. Primo: le linee guida regionali ancora mancanti, che determineranno i criteri applicativi. Secondo: le delibere comunali di ricognizione dei titoli scaduti, che indicano la reale capacità di intervento degli uffici. Terzo: i ricorsi pendenti davanti ai tribunali amministrativi, che chiariranno i margini di discrezionalità nella determinazione della superficie imponibile.
Manici Report continuerà a seguire i passaggi deliberativi e a documentare i casi in cui la riforma produce ritardi o contenziosi.